27 ottobre 2009

Ida Dominijanni
Un brutto nodo

Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo. Il governatore del Lazio è vittima e colpevole, tutt'e due. E' vittima di un'aggressione indecente dell'Arma dei carabinieri, un'aggressione su cui a noi tutti è dovuta piena luce dai vertici dell'Arma e dai ministeri competenti, i quali ci facciano il piacere di non provare a cavarsela con la solita tesi delle mele marce. E' colpevole di aver taciuto, sottovalutato, occultato quanto gli stava accadendo, con la solita tesi che la vita privata è privata e non c'entra niente con la vita pubblica. Rieccoci al punto che tiene inchiodato il dibattito politico da sei mesi: e quando un punto ritorna così insistentemente, sia pur sotto una differenziata casistica, significa che è un punto dolente. Sono patetici i vari Cicchitto, Cota, Lupi e relativi giornalisti organici alla Feltri che si lanciano sulla succulenta occasione per salvare Berlusconi col duplice argomento che a) tutti hanno i loro peccati, a destra e a sinistra, b) chi di moralismo e violazione della privacy ferisce, di moralismo e violazione della privacy perisce. Non casualmente, solo da destra si chiede che il governatore resti al suo posto, con l'unico scopo di far restare al suo anche il premier. Purtroppo però qui non si tratta di salvare tutti, bensì di non salvare nessuno. Pur cercando di esercitare la sempre più difficile arte delle distinzioni. Piero Marrazzo non è colpevole di frequentare trans, come Silvio Berlusconi non è colpevole di frequentare escort o di avere, o millantare, tutte le fidanzate che crede. Entrambi sono colpevoli però di non aver capito che la vita privata di un uomo politico riverbera sulla sua immagine (e sulla sua sostanza) politica. Nonché di scindere, nella miglior tradizione della doppia morale di un paese cattolico, i lori vizi privati dalle loro dichiarazioni pubbliche di fede nei sacri valori della famiglia. Dopodiché le analogie finiscono. Marrazzo si dimette e Berlusconi no. Marrazzo si chiude disperatamente a Villa Piccolomini e Berlusconi fa un proclama al giorno per rivendicare che lui, l'eletto dal popolo, fa quello che vuole. Marrazzo - stando alle testimonianze - ha avuto relazioni personali con alcuni trans, Berlusconi è al centro di un sistema diffuso di scambio fra sesso, danaro e potere, in cui «il divertimento dell'imperatore» viene retribuito in candidature e comparsate in tv (privata e pubblica). Fa qualche differenza, e nel senso opposto a quello che scrive Il Giornale, che già salva la candida «normalità» del premier che va a donne contro l'immonda ambiguità sessuale del governatore che va a trans. Per tutte e tutti noi si spalancano ogni giorno di più tre questioni. La prima - il punto dolente di cui sopra - è che l'ostinazione a scindere il privato dal pubblico e la vita personale dalla vita politica, in tempi in cui i telefoni filmano e registrano, la Rete diffonde e le donne non stanno zitte, rasenta la stupidità: vale per la destra ma anche per quella sinistra che oggi ne è colpita ma fino a ieri è stata su questo reticente. La seconda è che è vero che sui comportamenti sessuali non si può sindacare moralisticamente, ma se quelli che la cronaca ci rimanda sono sempre più spesso comportamenti sessuali di uomini di potere mediati dai soldi è lecito quantomeno interrogarsi sullo stato della loro sessualità e del loro potere. La terza è che se la politica, ripetutamente, inciampa nel sesso, in un sesso siffatto, qualcosa s'è rotto nel segreto legame che unisce qualità delle relazioni interpersonali e qualità del legame sociale, passioni personali e passioni collettive, desiderio individuale e felicità pubblica. C'è un brutto nodo che stringe questione maschile, questione sessuale e crisi della politica. Se è vero che, come ci insegnavano a scuola, oportet ut scandala eveniant, che almeno ci servano a vedere questo nodo, e a scioglierlo.

28 ottobre 2009

Marco D'Eramo
A frugare nei panni sporchi dei potenti, ci infanghiamo tutti
Non basta sottolineare tutte le differenze tra Berlusconi e Marrazzo (che sono tante, e bene le ha descritte Ida Dominijanni) per dribblare la conclusione: chi di sesso ferisce, di sesso perisce. Per quanto involontaria e sublime beffa del tronfio titolo di «governatore», la tragicomica vicenda del presidente della regione Lazio ci fa esplodere in bocca il retrogusto amaro della vicenda «escort». Un disagio che serpeggiava da mesi per la sensazione che un attacco centrato sui sanitari del cesso non solo era strategicamente perdente, ma nascondeva qualcosa di sbagliato, riduttivo, se non umiliante, per chi lo portava. Malessere acuito dalla «magnanimità» pelosa del premier che da tempo aveva avvertito il «governatore» (suo avversario politico) del ricatto che incombeva su di lui. Confesso che alla fine dell'ultimo secolo, di fronte ai tentativi di impeachment del presidente Usa Bill Clinton per l'affare Monica Levinski, ero orgoglioso di far parte di una cultura politica, come quella francese o italiana, che non picconava un presidente per vicende erotiche: da sempre vigeva tra Vecchio e Nuovo Continente la differenza che nel primo (Gran Bretagna a parte) i politici cadevano solo per scandali di soldi, mai di sesso, mentre nel Nuovo avveniva il contrario: nessun grande politico Usa è mai caduto per denaro, ma sempre per sesso. L'Italia repubblicana conobbe una sfilza di autorità dello stato assiduamente omosessuali, quando questa scelta era scandalosa, ma tutto ciò rimase sempre - e giustamente - nell'ombra, e non fu mai usato per abbattere un presidente del senato o un ministro degli esteri. In Francia un presidente della repubblica morì all'Eliseo nelle braccia di una prostituta (allora non si usavano i modelli della Ford per eufemizzare il discorso), ma non ci fu scandalo e nessuno fece una piega. Di fronte alla vicenda Levinsky, mi sentivo perciò fiero di distinguere, secondo la migliore cultura politica della modernità, tra pubbliche virtù e vizi privati, preferendo questa combinazione alla sua simmetrica, quella fatta di virtù private e vizi pubblici. Se, secondo la tesi di Louis Dumont, la modernità occidentale è caratterizzata dalla progressiva autonomia del politico e dell'economico come ambiti dell'agire collettivo, rispetto all'agire individuale, allora questi attacchi appaiono in tutta la loro arcaicità. Nelle assemblee degli azionisti di una multinazionale automobilistica nessuno ha mai cercato di far dimettere il manager perché notoriamente sniffava polvere bianca, tanto da essere chiamato «Naso d'argento». Agli azionisti interessava sapere se il manager gestiva bene il gruppo, se ne ricavavano dividendi lucrosi, se le prospettive per il futuro erano incoraggianti, a prescindere dalla sua passione per la neve, e non solo quella degli skilift. Contro questa tesi, si è argomentato che in realtà il comportamento di Berlusconi non costituisce un problema personale, ma un modo di gestione del potere che rinvia alla primordiale questione dei generi, del patriarcato e del maschilismo. Argomento inoppugnabile. Ma, anche qui bisogna non perdere di vista un altro passo avanti concettuale compiuto da un francescano di Oxford, e - in accordo col rasoio di Occam - non moltiplicare gli universali oltre il necessario. Le angherie sugli immigrati sono certo legate al passato colonialista e al presente neoimperialista dell'Europa, ma non è con il ricorso all'antimperialismo che mi batto contro il razzismo quotidiano dei miei concittadini. Con il ricorso a categorie più universali si perde di vista la specificità del problema. Se la stampa avesse chiesto nell'autunno 2008 le dimissioni del premier perché aveva cooptato nel governo una donna per le sue specifiche prodezze erotiche - come pure sembra risultasse da intercettazioni poi sollecitamente bruciate -, allora l'uso politico dell'alcova sarebbe stato più che motivato. Ma ci si è ben guardati dal lanciarsi contro la pratica governativa della sessualità, per indugiare su figure marginali, personaggi più pruriginosi (e più fragili): e cosa c'è di più socialmente fragile di un/a prostituto/a? da sempre i borghesi sgiuggiolano a farsi raccontare la vita delle puttane per commuoversi ed eccitarsi, come si evince da una sterminata letteratura. Così, pur in nome di una dimensione filosofica della politica, si rinuncia proprio alla politica tout court. Come risultato finale, a prescindere dalle intenzioni, prevale l'idea che Berlusconi sarebbe un buon presidente del Consiglio, un ottimo gestore della cosa pubblica, se almeno avesse la decenza di non andare a puttane nei suoi palazzi e di non sbavare patetico senile dietro a corpi freschi. E che comunque è questa derisoria, compulsiva lascivia la cosa più criticabile nel suo potere, non il modo in cui gestisce la cosa pubblica, non come sta sfasciando l'unità d'Italia, non come sta precarizzando l'intera società, avvallando razzismo, xenofobia e barbarie. Non tutto questo, ma come strumentalizza donne che - ingenue - credono a loro volta di strumentalizzarlo. Nello stesso modo, lo sciocco Marrazzo si è dimesso, sempre troppo tardi, senza che sapremo mai se è stato un presidente buono o cattivo della regione, se il Lazio sta meglio o peggio dopo il suo mandato, se la vita dei cittadini ha conosciuto qualche miglioramento di qualità, se la sanità fa meno schifo. Di tutto ciò non sapremo mai nulla, ma conosceremo tutto di Brenda, Natalie, autoblu, Smart e Porsche. Ma c'è una trappola ancora più sottile in cui ci piomba questa deriva. In pagine inaggirabili, Michel Foucault aveva notato come il potere sovrano si distingue dal potere disciplinare perché in quest'ultimo è il corpo del suddito, del dominato a essere posto sotto i riflettori del potere (è dello scolaro, della recluta, del detenuto che si fa l'appello e si sorveglia appunto il corpo), mentre nel potere sovrano (del monarca, del papa, del pater familias) è il nome del re che si ricorda ed è il corpo del re che riceve tutte le attenzioni. Ecco: attaccando il Berlusconi puttaniere ricadiamo nell'ambito del «corpo del re», in pratica lo accettiamo come «sovrano», subiamo il suo terreno, implicitamente diamo per scontato il suo assolutismo e, sempre più, non facciamo altro che parlare di lui: finiamo per incoronarlo noi, visto quanto era velleitario l'obiettivo di farlo dimettere. E, in modo abbastanza prevedibile, impariamo che a frugare nei panni sporchi del potere, ci infanghiamo tutti.

                                28 ottobre 2009

Mariuccia Ciotta
Un altro mondo in cui i corpi non sono in vendita
La doppia morale è qualcosa che piace al potere, piace ai benpensanti. Dio, patria e famiglia, predica Tremonti, buon ultimo, il quale sa bene che il rovescio della medaglia è l'allegra, e privatissima, pratica del bordello. La santa e la prostituta, l'amor sacro e l'amor profano. Ora, se un governante la pensa così, che il «piacere» va soddisfatto a pagamento, che un corpo umano è merce sul mercato, mentre la «famiglia» è la cellula della società, da salvaguardare a tutti i costi (lo sfogo prezzolato), pilastro dell'economia e dell'ordine pubblico, lo considero un avversario politico. Non c'entra il moralismo, c'entra l'idea che abbiamo dei rapporti tra le persone e quindi di un modello culturale diverso da quello ipocrita del dispensatore di «valori» (d'accordo con l'editoriale di Ida Dominijanni). L'idea di cos'è la felicità, estesa alla sfera intima, una felicità basata su piaceri ben più «perversi» del sesso a pagamento, cioè di rapporti erotici e sentimentali liberi, omo, etero e trans. E che c'entra invece il libertinaggio, che c'entrano le prodezze sessuali, una, cento, mille amanti? Berlusconi non ha amanti. Bill Clinton, sì ne aveva, ed è cosa ben diversa. Monica Levinsky non era un «vizio privato» del presidente, era una relazione privata, uno scambio tra individui e poco importa se lei era la sua segretaria. Non c'è soluzione di continuità tra il Berlusconi che maneggia corpi di donne e corpi di precari e di «clandestini», tutti sono a «sua disposizione», tutti hanno un prezzo. Il giudizio sul mondo di riferimento di un premier che paga intermediari per avere carne fresca da consegnare a domicilio ci riguarda, ma per ragioni opposte alla pulsione bacchettona che caratterizza il suo schieramento. Sono loro ad essere contro le unioni di fatto e i matrimoni gay, sono loro che demonizzano il '68 come fonte di ogni disordine, sesso, droga e rock'n'roll. Ci riguarda perché va contro la nostra concezione della persona, che le escort e le veline siano complici o no, perché è la prova dell'«abuso di potere». E non solo, come giustamente è stato detto più volte, a causa della contropartita in termini elettorali e televisivi offerta da Berlusconi in cambio delle prestazioni sessuali, ma per l'ignobile visione del potere come esercizio di sopraffazione. Quale presente e futuro ci riserva chi intrattiene se stesso con l'altro «libero» solo di vendersi? E il quesito va al di là del sesso, si espande e tocca categorie di varia umanità. È anche per questo che, nonostante le evidenti differenze con il caso del presidente della regione Lazio (che non ha offerto posti di lavoro alle sue prostitute), penso che Marrazzo non possa più rappresentarci. Le interpretazioni per il suo abbandono definitivo dalla politica si sono arricchite nel corso del tempo, a proposito della «protezione» offerta dal capo della maggioranza che lo avrebbe reso vulnerabile. Il «bacio della morte» di Berlusconi. Ma, anche se è vero, è sempre un modo di eludere la questione principale, su cui molti si ritraggono per evitare l'accusa di «frugare tra le lenzuola» e di dare lezione di etica. La vita, sulla quale il biopotere ha messo le mani, e che costituisce la materia prima di ogni programma di cambiamento. Al «personale» intoccabile si finisce poi per assumere anche la storia giudiziaria dei politici, vista come ulteriore «distrazione» dal giudizio sull'attività di governo. Affari loro e hanno trasferito capitali all'estero, corrotto giudici, creato società off-shore, gonfiato diritti tv... Certo, se tutto si risolve in un tintinnar di manette si oscura l'intreccio indistricabile tra l'agire privato e quello politico. I giornali di riferimento del premier, sostengono che il Berlusconi dongiovanni non avendo commesso reato, mentre Marrazzo sì (avrebbe ceduto al ricatto), deve restare la suo posto e l'altro dimettersi. Sono stati accontentati, anche se l'ex governatore non risulta inquisito. Il «reato» però non è solo ascrivibile alle tavole della legge. Dicono anche che la «gnocca» (parole del portavoce del presidente del consiglio, Feltri) è un'attenuante mentre il trans è un aggravante. Questo vale solo a casa loro. Se Berlusconi avesse avuto un amante trans e Marrazzo pure, li avremmo difesi fino all'ultimo respiro, ci avremmo messo più gusto a difenderli. Non di questo però si tratta. La differenza tra il caso Berlusconi e quello Marrazzo è soprattutto nella reazione dei rispettivi schieramenti di governo ed elettorali. I primi considerano il comportamento di Berlusconi una prova di esuberanza maschile, un modo invidiabile di spendere il suo potere, gli altri si sono sentiti offesi e non certo per la «devianza» del leader regionale (che anzi semmai merita comprensione) ma perché ha tradito l'idea di un mondo migliore che esclude il traffico di esseri umani, che è fatto di progetti d'amore, di conquiste civili, di diritti e di comportamenti non più illeciti, ma praticabili alla luce del sole. Un mondo senza doppia morale. I «puttanieri» della commedia all'italiana sono la fotografia di un'Italia che il famigerato '68 ha spazzato via, frutto delle lotte di donne, e di uomini, che chiedono una gestione della cosa pubblica basata sul rispetto di ognuno e di tutti.